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A proposito dell’anima, della coscienza collettiva e dell’arte di Richard Mosse

di Jasmina Trifoni

Le opere d’arte hanno un’anima? A porsi questo quesito – che potrebbe essere giudicato un po’ esoterico o forse anche molto ispirato, in questa caotica Roma natalizia che si prepara, con orrore della gran parte dei suoi abitanti, all’ordalia spiritual- turistica del Giubileo – è una mostra collettiva appena inaugurata, e visitabile fino al 30 marzo 2025, alla Fondazione Memmo, prestigiosa realtà della Città Eterna dedicata all’arte contemporanea. Il titolo, “In una brezza leggera”, è mutuato da un racconto biblico nel quale il profeta Elia incontra Dio e fa riferimento sia alla creazione dell’uomo, plasmato dalla polvere e animato da uno spirito divino, sia a quella dell’opera d’arte che sopravvive al tempo per diventare una testimonianza di un processo spirituale e metafisico. Una testimonianza che verrà trasmessa alle generazioni future.


Quella mostra l’ho visitata ieri e – seppure io nutra un appassionato, insano amore per l’arte contemporanea – devo ammettere di non aver percepito la leggera brezza dell’anima nelle opere esposte. Con un’eccezione, che invece mi ha colpito con la potenza di un tornado: quella degli scatti, parte del monumentale lavoro, dal titolo “Infra”, dell’artista Richard Mosse. Esposto per la prima volta nel 2013 a rappresentare l’Irlanda, paese natale di Mosse, alla Biennale di Venezia (e anche in quella occasione ne ero rimasta letteralmente sconvolta), racconta la guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale, nel primo decennio del XXI secolo e su un territorio grande quasi quanto l’intera Europa occidentale, quel conflitto armato – con strascichi a tutt’oggi, soprattutto nella regione orientale di Kivu, dove si trovano ricchissimi giacimenti di coltan, il minerale essenziale per la produzione di condensatori per i nostri telefoni cellulari e computer – ha provocato 5,4 milioni di vittime e, se questo non bastasse, pure il terrificante dato di 400mila stupri all’anno.
Richard Mosse ha raccontato quella guerra senza scattare immagini sensazionalistiche nel solco del fotogiornalismo inteso nel senso comune del termine. Ha usato, invece, la pellicola a infrarossi Aerochrome, sviluppata negli anni quaranta del secolo scorso e prodotta fino a poco tempo fa dalla Kodak insieme ai tecnici dell’esercito americano. In grado di rivelare parte dello spettro di luce invisibile all’occhio umano, la tecnologia della Aerochrome aveva lo scopo di individuare la presenza umana, e dunque dei soldati, mimetizzati nella vegetazione della foresta. Quella pellicola fissa le immagini in una palette cromatica assolutamente inedita, colorando la lussureggiante vegetazione del Congo di un rosa (o, per dirla in termini più corretti, di un color magenta) alla quale, qui più e meglio che in ogni altra occasione, può essere aggiunto l’aggettivo shocking, mentre le uniformi dei soldati assumono tonalità che vanno dal lavanda a al blu, a un un cupo viola quaresimale.

Esteticamente straordinario e allo stesso tempo disturbante nel trasformare quel paesaggio e i suoi attori in qualcosa che non attiene alla realtà ma piuttosto a un racconto fantastico alla Alice nel Paese delle Meraviglie, denuncia in modo originalissimo sì l’assurdità della crudeltà che si è perpetrata in quel cuore di tenebra che è il Congo. E riesce appieno nell’intento di provocare nell’osservatore, grazie alla visione a infrarossi, un’urgente necessità di andare oltre e cercare di comprendere quello e altri conflitti, al di là di quanto (e in quel caso poco, e in modo superficiale) ne è stato scritto e fotografato sui media internazionali. In questo senso, viene espresso con chiarezza che, proprio quando i normali metodi di comunicazione falliscono, è l’arte a diventare indispensabile: non soltanto ci aiuta a mostrare l’inimmaginabile, ma ci costringe a confrontarci con la verità, oggi piu’ che mai surreale, del mondo in cui viviamo.

Citando lo stesso Mosse, “Infra” ha messo “due contro-mondi in collisione: il potenziale dell’arte di rappresentare narrazioni così dolorose da esistere al di là del linguaggio, e la capacità della fotografia di documentare tragedie specifiche e comunicarle al mondo”.


Dopo quel lavoro che si può definire seminale, Richard Mosse ha continuato – e continua – a usare tecnologie militari per denunciare altri mali della nostra contemporaneità. A “Infra” è seguito un lavoro, lungo, faticoso ed eccezionalmente pregnante, sui flussi migratori verso l’Europa di uomini, donne e bambini in fuga dai conflitti, o anche da un’insostenibile povertà, in Africa e in Medio Oriente. Per il suo progetto “Heat Maps”, l’artista ha trascorso più di un anno a fotografare i campi in cui vengono rinchiusi i migranti e altro luoghi di accoglienza temporanea in Europa, Nordafrica e Medio Oriente usando una telecamera termografica tele-militare estrema progettata per rilevare e identificare soggetti fino a cinquanta chilometri di distanza, di giorno e di notte. Questa telecamera è considerata un componente di sistemi d’arma avanzati ed è soggetta a embargo in quanto tale (non ci dilunghiamo sulle kafkiane difficoltà che Mosse ha dovuto fronteggiare per poterla usare).     È stata progettata per la sorveglianza e la regolamentazione delle frontiere e, dunque, può essere vista come una tecnologia di governance, uno strumento chiave in quello che i filosofi Foucault e Agamben hanno descritto come biopotere in quanto ha la capacità di tradurre il mondo in una “firma del calore” leggendo, letteralmente, le tracce biologiche di vita umana. Una vita
umana intesa come massa, mai come individuo. Così, questo progetto di Mosse riesce a offrire un nuovo modo di pensare a come, nel mondo contemporaneo, biologia e politica sono diventate indistinguibili, soprattutto in relazione all’immigrazione, ai confini, al cambiamento climatico, al libero scambio e ai campi e agli spazi liminali in cui decine di milioni di rifugiati e migranti relegati nel limbo, esclusi arbitrariamente dalla partecipazione o dal contributo alle nostre società moderne.
Il lavoro più recente, e forse il più ambizioso, di Mosse, ha per protagonista l’Amazzonia. Curiosamente, era andato lì nel 2018 per prendersi una pausa dall’orrore, con l’intenzione di fotografare in macro orchidee e licheni, ma poi ha realizzato “Broken Spectre” (1918-1921), un film epico di 75 minuti (e relative still images) con la colonna sonora composta dal musicista sperimentale Ben Frost, che testimonia la distruzione della foresta pluviale amazzonica. Usando la già citata pellicola Aerochrome e un’ormai quasi introvabile pellicola in bianco e nero Kodak HIE da 8×10 pollici a infrarossi ad alta velocità andata fuori produzione nel 1999 in quanto all’emulsione manca il cosiddetto strato anti-alone. Per Mosse questa pellicola, che rivela la luce infrarossa riflessa dalla clorofilla nel fogliame, ha un potere poetico ed è capace di creare un grande impatto emotivo su quella tragedia ambientale che, secondo gli scienziati, rappresenta un punto di non ritorno per il pianeta e l’umanità intera.

Con piani molto ampi, e persino con ipnotiche prospettive aeree (e per queste ha usato apparecchi fotografici con sensori multispettrali e un’appositamente realizzata tecnologia di imaging GIS, così come con close-up, le sconvolgenti immagini di
Mosse mostrano gli incendi deliberati, l’abbattimento degli alberi, l’agricoltura su scala industriale, l’estrazione di minerali e lo sfollamento delle popolazioni indigene. E, rendendo visibile l’invisibile a occhio nudo, sono più forti di qualsiasi reportage tradizionale: si abbattono come un meteorite sulla coscienza di tutti noi. Edito da Loose Joints Publishing, una delle case editrici oggi più coraggiose e rivoluzionarie in ambito artistico e fotografico, “Broken Spectre” è anche un libro. Che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni appassionato di fotografia.

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