Frames Blog Federico Serrani

Appunti spettinati sulla 60ma biennale di Venezia (con una appendice fotografica)

26 Aprile 2024

di Jasmina Trifoni

 

Oltre dieci anni fa, al Musée du Quai Branly di Parigi, avevo visto una mostra che mi aveva molto colpito.
Il titolo era “Zoos Humain – L’invention du Sauvage” e, con fotografie, materiali video e oggetti, raccontava di quando, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la gente (in Europa e in America), andava in massa a vedere le cosiddette fiere coloniali, i cabaret e i freak show che mostravano, live, esotici fenomeni da baraccone. C’era la famosa Venere Ottentotta, una donna portata in una gabbia dalla sua terra di origine, l’attuale Sudafrica, e diventata celebre per il suo smisurato derrière, e c’erano altre attrazioni “sub-umane”, dagli zulu ai pigmei, dagli eschimesi agli aborigeni. La mostra – che volutamente provocava un senso di disagio e di vergogna – raccontava in modo forte e chiaro di come queste forme di intrattenimento avessero avuto un ruolo determinante nel cementare il razzismo dell’uomo bianco verso chi bianco non era.
Visitando, nelle giornate del preview per la stampa, gli addetti ai lavori (e i collezionisti di grido e di importante portafogli) la 60ma Biennale d’Arte di Venezia, mi è tornata con prepotenza alla mente quella mostra parigina. Con un’intuizione e un’intenzione nobilissime, il suo curatore, il brasiliano Adriano Pedrosa, ha voluto puntare i riflettori sugli artisti che vivono ed esprimono la loro creatività nelle periferie della Terra, e nei suoi anfratti più oscuri. Il titolo di questa Biennale, Foreigners Everywhere, ci pone davanti al fatto che tutti siamo, o siamo stati, stranieri. Per qualcuno, per qualcosa, persino qualche volta per noi stessi. I temi sono quelli, urgenti, serissimi ma anche modaioli, dell’identità, dell’eredità coloniale, delle minoranze, della tutela delle risorse del pianeta. Ma le scelte del curatore, esposte ai Giardini e alle Corderie dell’Arsenale, appaiono ridondanti e, tra ricami, batik, patchwork, figurine naïf e pitture al limite del primitivo, non colpiscono al cuore (seppure con qualche eccezione di cui dirò a breve) e falliscono il bersaglio concettuale. Tutto appare eccessivamente buonista, troppo bon ton. Persino la misurata protesta del 17 aprile, davanti al padiglione israeliano ai Giardini, quando i manifestanti hanno scoperto che quello, autocensuratosi, era chiuso (“fino a quando non ci sarà il cessate il fuoco e gli ostaggi verranno liberati”, si legge su un cartello all’ingresso) sembrava un raduno di educande, tutte peraltro dotate dell’ambito pass dedicato ai vip.

Nil Yalter

Nei giorni della preview tutti, quando si incontrano per calli e campielli, si scambiano impressioni su che cosa è piaciuto e che cosa no, mentre gli amici che verranno nei giorni e nei mesi successivi mandano whatsapp inutilmente velati di urgenza per chiedere che cosa meriti di essere visto. Ebbene, all’inizio della mostra centrale di Giardini ho amato l’installazione Exile is a Hard Job (dal verso di una poesia di Nazim Hikmet) dell’ultraottantenne artista turca Nil Yalter, premiata quest’anno con il Leone d’Oro alla carriera. Al centro della stanza, di forma circolare, c’è una yurta, spazio privato delle donne nomadi, mentre tutt’intorno una serie di schermi mostra in loop una serie di interviste che l’artista aveva fatto negli anni Settanta del secolo scorso alle donne immigrate in Francia, in Germania e negli Stati Uniti. Anche lei esule, la Yalter aveva esposto per la prima volta questo lavoro quarant’anni fa a Parigi, in un’importante galleria d’arte contemporanea. E, allora, la critica e il pubblico non l’avevano capito, liquidando la sua come una mostra adatta al Musée de l’Homme che, dedicato all’antropologia, è – guarda caso – oggi confluito nel più grande Quai Branly. Quello degli Zoo umani di cui si diceva prima. Ho trovato poi toccante il Padiglione della Polonia, con l’installazione Repeat After Me del collettivo Open Group, con un video in cui profughi ucraini raccontano il suono delle granate, delle sirene antiaeree e delle
mitragliatrici, invitando i visitatori a ripeterli, in un sinistro karaoke. E, all’Arsenale, è inaspettatamente imperdibile il padiglione degli Emirati Arabi Uniti, con l’intimo racconto dei viaggi dell’artista Mohamed Ahmed Ibrahim. Non ve lo spoilero, sappiate però che bisogna prendersi il tempo per vivere un’esperienza di assoluto lirismo.

Tra quello che non mi è piaciuto, il mio personale Leone d’Oro (al cinismo) va al padiglione della Russia che, chiuso già nel 2022 a causa dell’invasione dell’Ucraina, è stato “generosamente” ceduto alla Bolivia: si vocifera che si tratti di un premio per l’accordo che il Cremlino ha siglato con il paese andino per lo sfruttamento delle sue miniere di litio. Ne è curatrice Esperanza Guevara (nomen omen), che ricopre il ruolo di Ministra delle Culture, della Decolonizzazione e della Depatriarcalizzazione della Bolivia e presenta il lavoro di 25 artisti indios. Nel giorno dell’inaugurazione c’erano donne quechua in abiti tradizionali che filavano la lana.

Kiluanji Kia Kenda

E veniamo alla fotografia, pochissimo rappresentata sia ai Giardini sia all’Arsenale. In quest’ultimo spicca
il lavoro The Geometric Ballad of Fear dell’artista angolano Kiluanji Kia Kenda, una serie di nove fotografie stilisticamente impeccabili che documentano le ringhiere metalliche protettive dipinte di bianco che sono una costante di tutte le città del Sud del mondo, caratterizzate da vertiginose disparità e tensioni sociali.

Hujar, Susan Sontag

Tuttavia, a essere davvero imperdibile è la mostra, parte degli eventi collaterali della Biennale (e all’Istituto di Santa Maria della Pietà, a due passi da San Zaccaria sulla Riva degli Schiavoni), che riunisce le 41 fotografie che l’americano Peter Hujar (1934-1987) riunì in Portraits in Life and Death, l’unico libro che pubblicò in vita, a metà degli anni Settanta Con un approccio estetico e poetico che sta tra Diane Arbus e Robert Mapplethorpe, Hujar scattò fotografie agli scheletri conservati nelle Catacombe dei Cappuccini a Palermo e a quelli che chiamava i brainy bohemians, i personaggi di spicco dell’avanguardia culturale newyorkese del suo tempo. Posati ma non troppo, i ritratti del drammaturgo Robert Wilson, dello scrittore William S. Burroughs, dell’attrice Fran Liebovitz, della drag queen Divine e della critica Susan Sontag, tra gli altri, sono straordinari. La Sontag, che scrisse l’introduzione al libro, definì Hujar un maestro nel rivelare, in ciascuno dei suoi soggetti, il conflitto interiore tra eros e thanatos e andò oltre, notando che “i fotografi, conoscitori della bellezza, sono anche, consapevolmente o inconsapevolmente, angeli della morte”.

 

 

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