di Jasmina Trifoni
Il mondo reale si divide equamente tra amanti dei cani e dei gatti. In quello virtuale, però, non c’è gara: i gattari
vincono a mani basse. E se è forse esagerato lo statement della Purina, azienda leader mondiale del pet food,
secondo la quale il 15 per cento dei video caricati sui social media ha per protagonisti i gatti, vero è che i piccoli
felini hanno conquistato il web, con molti di loro a essere diventati influencer globali. Quello del gatto è un meme
che, per popolarità virale, non conosce rivali: per fare un esempio tra i molti, se si cerca l’hashtag #TrumpYourCat si trovano decine di migliaia di imagini di gatti con la stessa acconciatura di Donald Trump.

Ormai da più di dieci anni negli States, e precisamente a Minneapolis, viene organizzato il CatVideoFest che premia i migliori video felini dell’anno. Vengono poi riuniti in un film di 75 minuti, una versione gattara del Rocky Horror Picture Show che viene presentato nelle sale cinematografiche di tutto il paese. Le proiezioni registrano sempre il sold out e i proventi dei biglietti finanziano le organizzazioni per la tutela del benessere dei gatti.

Addirittura, nel 2015, anno del ventennale della nascita del World Wide Web, il Museum of Moving Image di New York aveva allestito una grande mostra che è entrata nella storia. Dal titolo “How Cats Took Over the Internet”, raccoglieva immagini e materiali video, da quelli prodotti in modo professionale a quelli realizzati con lo smartphone dai proprietari degli animali, per analizzare lo straordinario successo dei gatti nella rete. Secondo BuzzFeed, la seguitissima rivista online americana che tasta il polso degli utenti del web, la spiegazione di questo fenomeno culturalmente significativo va individuata nel fatto che i gatti siano essenzialmente animali “da interno”, tanto che il web è diventato lo spazio nel quale i proprietari dei gatti interagiscono tra loro, proprio come fanno quelli dei cani al parco. Tuttavia, la passione per le immagini e i video dei gatti ha radici che precedono, e di molto, la nascita di Internet. Sta tutta nella Kindchenschema, ostico termine in lingua tedesca coniato nel 1943 dallo zoologo austriaco Konrad Lorenz e traducibile in italiano come “Segnali Infantili” (nonché in inglese come Cuteness), e cioè in quelle caratteristiche morfologiche – testa grossa, occhi grandi, orecchie piccole, muso corto, pelle morbida e comportamento giocherellone, in definitiva un identikit del gatto – che ispirano un senso di protezione ed empatia.
Non è un caso che i gatti siano sempre stati un soggetto privilegiato, fin dagli albori della fotografia e delle
immagini in movimento. Tutti lo ricordano come l’inventore della lampadina, ma nel 1894 Thomas Edison progettò anche il kinetoscopio, ovvero una proto-macchina da presa, e per presentare la sua invenzione realizzò una manciata di video con soggetti bizzarri, perfetti per catturare l’attenzione del pubblico, tra i quali quello che è la madre di tutti i video “gattari”. “Boxing Cats” (cercatelo in rete) mostra due gatti sul ring, con tanto di guantoni,
impegnati in un incontro di boxe. All’epoca, i due “campioni di pugilato felino” erano la maggiore attrazione del
Cat Circus messo in scena dall’impresario Henry Welton nel New Jersey.

Quanto ai gatti nella fotografia, ci sono entrati di prepotenza fin dall’epoca vittoriana, con Harry Pointer (1822-1899), un fotografo della città vacanziera inglese di Brighton che fece la sua fortuna fotografando gatti in pose umane. Nell’archivio storico a lui dedicato restano oltre 200 immagini di gatti, stampati da Pointer su cartoline e biglietti di auguri che all’epoca andavano letteralmente a ruba. Mentre, quasi in contemporanea e al di qua della Manica, il fotografo parigino Adolphe Eugène Disdéri realizzò e stampò immagini di gatti in formato figurine da collezione subito diventare oggetti del desiderio a innescare un febbre comparabile a quella delle odierne Pokémon cards.

Molti sarebbero portati a liquidare la fotografia con protagonisti i gatti come un fenomeno pop, da non prendere
troppo sul serio. Tuttavia c’è chi è riuscito a elevarla ad arte. Tra tutti l’americano Walter Chandoha che dagli anni Quaranta del secolo scorso al 2019, anno in cui ci ha lasciato alla veneranda età di 98 anni, ha realizzato circa
90mila eccezionali immagini di gatti per la pubblicità e per editoriali su prestigiosi quotidiani e periodici
internazionali, dal New York Times a Vogue, a Vanity Fair. Nell’anno della sua morte, l’editore Taschen gli ha
dedicato uno splendido volume dal titolo “Walter Chandoha: Cats, Photographs 1942-2018”. Nell’introduzione al
libro viene definito non soltanto “The Richard Avedon of Cat Photography” ma il suo uso della luce viene associato
a quello dei dipinti di Vermeer e, soprattutto, viene insignito del titolo di inventore dei cat-meme.

In Giappone, uno dei paesi “gattari” per eccellenza, molti grandi fotografi hanno immortalato, e continuano a
immortalare, i felini, da Masahisa Fukase (di lui abbiamo parlato in un post precedente) a Masayuki Oki, che ha
prodotto un lavoro straordinario sui gatti di strada di Tokyo e sulle loro interazioni. E, di nuovo, i gatti giapponesi
sono protagonisti del Neko Project che a cadenza biennale produce una pubblicazione e una grande mostra sulla cat photography autoriale, prendendo come ispirazione il celebre romanzo “Io sono un gatto” di Natsume Soseki.
Infine, tra i progetti fotografici più interessanti degli ultimi anni segnaliamo quello del fotografo austriaco Daniel
Gebhart de Koekkoek, noto per i suoi lavori corporate per Apple e Adidas, che ha realizzato Jumping Cats, una
serie di fotografie che prendono ispirazione da Dalì Atomicus, l’immortale immagine del grande artista spagnolo
ritratto insieme a tre gatti “volanti”, scattata da Philippe Halsman nel 1948. Ebbene, i formidabili scatti dei gatti
acrobati di Gebhart de Koekkoek hanno fatto sensazione nel mercato della fotografia fine art, esposti in prestigiose
gallerie e fiere di arte contemporanea internazionali.



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