Frames Blog Federico Serrani

Deserto, deserti

17 Giugno 2024

di Jasmina Trifoni

 

 

Non si trova, su un atlante geografico, il Deserto dei Tartari che dà il titolo al romanzo più celebre di uno dei grandi autori del nostro Novecento, Dino Buzzati. Quel deserto – nel quale i soldati asserragliati nella Fortezza del romanzo attendono l’invasione del nemico che dovrebbe comparire da un polveroso orizzonte a nord – è una metafora della vita, e delle aspettative verso il futuro: tutti noi, anche se inconsapevolmente, siamo in attesa di eventi eccezionali che diano un senso, e un valore unico, al nostro esistere. Il Deserto dei Tartari fa da leitmotif della collezione Federico Serrani di questa stagione. E, se finora tutte hanno avuto un’ispirazione letteraria, è questa a raccontare con più forza la mente del fotografo. Quella della fotografia è una professione (e, prima ancora, una passione) che riunisce in sé lo spirito di avventura, il “fare”, ma – e i fotografi lo sanno bene – una propensione filosofica alla fatica, alla pazienza, all’attesa del momento perfetto, al saper individuare lo straordinario in un mondo dove, oggi più che mai, la cacofonia di immagini e sollecitazioni appiattisce tutto in un (perdonateci l’ossimoro) “deserto pieno” di banalità.


Questa volta, e al contrario di tutti gli altri post per Frames, non vi raccontiamo di fotografi o di storie e libri di fotografia, ma esploriamo il deserto – o meglio, i deserti – attraverso un libro che è un ottimo saggio fitto di fatti e rimandi letterari, e il più con un’appendice bibliografica che schiude infiniti orizzonti, e al contempo un originale e appassionante racconto di viaggi. È un mondo senza confini dell’inglese William Atkins (ed. italiana Adelphi), nel quale si comprende che sia difficile, se non impossibile, decodificare il concetto stesso di “deserto”, un luogo fisico e anche dell’anima che si presta a un’infinità di interpretazioni e suggestioni.
Per i pragmatici geografi i deserti hanno una precisa definizione: sono quei luoghi con una piovosità annua inferiore a 250 millimetri e dove le precipitazioni, pioggia, nebbia o rugiada, sono inferiori all’evapotraspirazione potenziale. L’indice di aridità esprime tecnicamente questo rapporto come P/ETP, formula usata su scala internazionale per indicare le quattro categorie di terre aride tra iper-aride, aride, semi-aride e sub-umide. Che, riunite insieme, compongono oltre il 40% delle terre emerse del pianeta. I climatologi, le Cassandre del nostro secolo, avvertono poi che, a causa delle attività umane, la desertificazione sta avendo una progressione senza precedenti, 30-35 volte superiore rispetto al tasso delle altre epoche storiche, secondo un rapporto stilato dall’ONU, alterando il 70% degli ecosistemi naturali e minacciando la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone, in ogni continente.


Detto questo, Atkins procede nel molto più evanescente territorio di un deserto “mentale”, a partire dalle antiche citazioni del deserto nelle Sacre Scritture e dal deserto che ha visto la nascita del concetto stesso di monachesimo “estremo”, con Sant’Antonio che si ritira dal mondo per mettere alla prova la sua fede tra le sabbie dell’Egitto, in un deserto che non è vuoto ma è luogo di (interiori) tentazioni demoniache. E, a proposito dei più celebri anacoreti della cristianità, ci fa notare che, fin oltre al Rinascimento, gli europei il deserto non riuscivano nemmeno a immaginarlo. Nel capolavoro di Bruegel, La Tentazione di Sant’Antonio (ma se ne contano molti altri dipinti, altrettanto famosi, con lo stesso soggetto), il santo è assediato dal maligno in un paesaggio verde, tra gli alberi. Ma, allo stesso modo, è interessante notare che come i colori e la ricca profusione geografica portò gli uomini dell’India e della Grecia a pensare agli dei come molti, così la nuda semplicità del deserto ne indusse altri a pensare a Dio come uno soltanto. Il deserto, insomma, è monoteista.
Atkins si profonde nel riportare annotazioni dei grandi esploratori del passato più recente. Tra questi, Wilfred Thesiger, autore di Sabbie Arabe, che si stupiva di come “Il deserto mi soddisfa e mi dà pace”, persino a dispetto del fatto che le tribù beduine fossero di due tipi: “Entrambe vogliono i vostri cammelli e le vostre armi, ma le seconde vogliono anche la vostra vita”. O l’ingiustamente meno celebre Bertram Thomas, uno dei primi europei a compiere la traversata del Rub’ al Khali (il Quarto Vuoto) per il quale “Le sabbie sono un diario pubblico… né un uccello può posarsi, né un insetto o un animale selvatico può passare senza lasciare la sua storia”. Fatalmente vero: me ne sono accorta con sconcerto (e via via col passare dei giorni con indifferenza durante la mia traversata del Sahara Libico, alcuni anni fa, quando ogni mattina mi svegliavo circondata da una fitta trama a merletto delle orme degli animali che mi erano passati vicinissimo, durante la notte). A dispetto della sua metaforica immobilità, il deserto è un territorio cangiante, che si modula col vento regalando sensazioni e paesaggi sempre nuovi e sorprendenti. Anche se, come lamenta Atkins, ormai viaggiare nel deserto significa ripercorrere le orme di qualcuno che l’ha già fatto in precedenza, si tratti di remoti eremiti, avventurieri ottocenteschi, carovane di Tuareg o migranti disperati, in
cerca di un futuro in Europa (il recente, bellissimo film Io Capitano di Matteo Garrone ha svelato a troppo pubblico
inconsapevole che la traversata del Mediterraneo col barcone non sia la parte peggiore di quel viaggio della speranza).

Con la consapevolezza di non poter essere arrivato primo, Atkins ci racconta dei suoi viaggi nei deserti del mondo, dalle sabbie dell’Oman al Gran Deserto di Victoria in Australia che, se per gli aborigeni è un luogo vivo e percorso da invisibili strade ancestrali – quelle Vie dei Canti diventate famose grazie al meraviglioso libro di Bruce Chatwin – è stato anche un territorio “da sacrificare”, scelto per una serie di deflagranti test nucleari. L’autore è andato anche del terribile deserto del Taklamakan in Cina, meta di eremiti (questa volta buddhisti) e di deportazione dei più efferati criminali e degli oppositori dell’Imperatore in epoca Ming e Qing, per poi avventurarsi nel territorio, in Kazakhstan, dove la desertificazione, con la scomparsa del lago d’Aral, procede a ritmi visibili a occhio nudo. E, poi, ha percorso due deserti americani, quello di Sonora dei film western e quello di Black Rock durante il grande evento del Burning Man (con la sua descrizione demenzial-apocalittica di quell’esperienza che fuga ogni desiderio di parteciparvi) per tornare, infine, alle origini, nel Deserto Orientale egiziano, ospite di un antichissimo monastero, non a caso dedicato a Sant’Antonio: un luogo cinto da mura, molto simile all’immagine mentale che, leggendo Buzzati, ci si fa della Fortezza del deserto dei Tartari.

Il deserto, i deserti – quelli di Atkins, di Buzzati, e pure delle nostre aspettative, siano luoghi geografici o della mente – non deludono mai. Anche, e forse soprattutto, quando non rispondono alle nostre aspettative, nel bene e persino nel male. Perché, citando il Piccolo Principe di Antoine de Saint -Exupéry, “ Ciò che rende bello il deserto, è che da qualche parte nasconde sempre un pozzo”.

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