Frames Blog Federico Serrani

Doppio sogno

17 Maggio 2024

di Jasmina Trifoni

 

“Annie, il mio primo successo”. Così Julia Margaret Cameron – una signora dell’alta borghesia britannica dell’epoca vittoriana – intitolò il ritratto di sua nipote, nonché la prima fotografia della sua carriera. O meglio, la prima che la soddisfacesse, scattata nel 1864, quando aveva 49 anni ed era già nonna, parecchi mesi dopo aver ricevuto in dono dal cognato una macchina fotografica. Che, dati i tempi, era un imponente e inaffidabile affare in legno poggiato su un treppiedi. L’americana Francesca Woodman, invece, non si preoccupò nemmeno di dare un titolo alla sua prima fotografia, scattata nel 1972, lo stesso giorno in cui il padre le regalò una Yashica medio formato per il suo tredicesimo compleanno. È un autoritratto che non si può che definire postmoderno e che la ritrae seduta su una panca, il volto nascosto dai capelli, avvolta in una efficace e probabilmente involontaria sfocatura. Entrambe con un non so che di ipnotico, le due immagini inaugurano il percorso della straordinaria
mostra che la National Portrait Gallery di Londra ha dedicato a queste due artiste nate a oltre un secolo di distanza l’una all’altra e, almeno apparentemente, diversissime. Visitabile fino al prossimo 16 giugno, “Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron – Potraits to Dream In” rivela invece quanto queste due artiste abbiano in comune nel loro essere, ciascuna a suo modo, rivoluzionarie (e soprattutto incredibilmente contemporanee), nel loro intendere il ritratto, nelle loro interpretazioni dell’identità di genere, degli archetipi del mondo classico, della dimensione onirica, così come nel rispettivo, originalissimo, talento per lo storytelling. Il tutto può essere riassunto da una nota che la Woodman scrisse tra i suoi numerosi, acuti e febbrili appunti con cui preparava i suoi scatti (seppure raramente, poi, si fosse premurata di dare a questi un titolo): “Sento che le fotografie possano sia documentare e registrare la realtà, oppure siano in grado di offrire immagini che mostrino un’alternativa alla vita di ogni giorno: spazi nei quali lo spettatore possa sognare”. O, anche, da uno scritto della Cameron: “L’occhio può individuare, e l’immaginazione può arrivare a comprendere, tutto ciò che potrebbe o non potrebbe accadere”.

Francesca Woodman, prima foto a 13 anni

Sebbene, come è ovvio per questioni anagrafiche, la Cameron non abbia conosciuto la Woodman – mentre quest’ultima non fece mai riferimenti espliciti al lavoro della prima – entrambe espressero una fascinazione per il (nascente, nel caso della Cameron) Surrealismo, e in particolare modo per André Breton, il quale si domandava: “Il sogno può essere usato per risolvere i problemi fondamentali del mondo?”. È anche, e oltremodo, ovvio che siano accomunate nell’essere donne, e ripercorrendone le biografie si apprende che entrambe ebbero una carriera breve per quanto prolifica. La prima lavorò per circa 15 anni, quando era avanti nella mezza età, nella sua dimora sull’Isola di Wight e poi a Ceylon, dove il marito lavorava nell’amministrazione coloniale. La seconda fu attiva per poco meno di un decennio, negli anni Settanta, da quel fatidico primo autoritratto preadolescenziale fino al suo suicidio, a Roma, dove viveva, ad appena 22 anni, nel 1981. Entrambe prediligevano scattare in interni, la prima allestendo set nelle sue dimore, la seconda spesso in ambienti neutri o dall’aria vagamente industriale.

Francesca Woodman, Angel
Cameron, Angel

Entrambe, poi, e ciascuna con i mezzi a propria disposizione, amava sperimentare in camera oscura (la Cameron adattò un pollaio allo scopo), producendo stampe delle stesse dimensioni dei negativi, ma nessuna di esse fu particolarmente interessata a perfezionare la tecnica quanto piuttosto a mettere gli esperimenti di post-produzione al servizio della creatività. Ed entrambe costruirono il proprio immaginario dal privilegiato contesto sociale e culturale in cui vivevano, la Cameron dalla sua frequentazione con le élite intellettuali dell’Inghilterra vittoriana, la Woodman dal background familiare – il padre era un artista, la madre una ceramista – e fin dall’adolescenza aveva frequentato prestigiose scuole americane e aveva trascorso lunghi periodi tra le meraviglie dell’Italia. Come a volte accade, e soprattutto alle donne, il loro ruolo nella storia della fotografia è stato infine universalmente riconosciuto soltanto quando non erano più tra noi.

Francesca Woodman

La mostra si dipana in sezioni tematiche nelle quali le immagini esaltano il dialogo tra le due artiste, arrivando a trascendere il tempo diventando materia di sogni. Alcune potrebbero essere giudicate pedisseque, come “Doubles” o “Picture Making” (nella quale vengono esposte, per dirne una, fotografie nelle quali entrambe hanno inserito nelle loro scene oggetti simili, si tratti di ombrelli o fiori) altre hanno fili più lenti, e più raffinati, come in “Mithology” o in “Angels and Otherwordly Beings”, nella quale alle fotografie chiaramente ispirate all’iconografia cristiana di Julia Cameron fanno da contrappunto quelle, più terrene pur nella loro evanescenza, di Francesca Woodman, volutamente sovraesposte e realizzate al Pastificio Cerere nel quartiere romano di San Lorenzo che proprio a metà degli anni settanta cambiò destinazione d’uso per diventare uno spazio occupato da studi di artisti. Francesca aveva catturato sé stessa mentre danzava, quasi protetta da grandi ali bianche che sembrano fluttuare
in quell’ambiente spoglio. Se i ritratti, e le scene, della Cameron sono staged (del resto, una scelta obbligata dal suo armamentario fotografico) e spesso esplorano temi religiosi e mitologici, ispirandosi anche ai pittori Pre-Raffaeliti suoi contemporanei così come alle leggende arturiane e alla letteratura gotico-romantica che era il genere più amato dai suoi connazionali dell’epoca, gli autoritratti della Woodman sono dinamici, con un uso sapiente e poeticissimo del mosso nonché (soltanto apparentemente, perché nei suoi scritti  annotava il risultato concettuale e sentimentale che voleva ottenere da ogni scatto) casuali, le due artiste sono legate da un comune ideale di bellezza, di affermazione della femminilità e della rappresentazione dei ruoli di potere. E, nell’ultimo caso,
soprattutto quando – per entrambe è accaduto raramente – hanno fotografato modelli di sesso maschile, si tratti, per la Cameron, di un austero ritratto del poeta inglese Lord Alfred Tennyson o di suo marito abbigliato come mago Merlino. O, per la Woodman, di un suo compagno di studi in America o di un libraio suo amico a Roma. Queste fotografie mostrano in modo quasi sconvolgente e universale come gli uomini guardano le donne, e come queste donne così speciali abbiano saputo restituire, fiere, quello sguardo.

Cameron, staged

 

Entrambe, poi, amavano l’iperbole e avevano una particolare attitudine nel costruire quello che si potrebbe definire lo “spazio del sogno”, evidente nelle sofisticate allegorie della Cameron così come nell’ossessione diaristica con cui la Woodman ritraeva
sé stessa (spesso nuda ma mai prepotemtemente erotica), i suoi amici e, soprattutto, materializzando le sue emozioni. Julia Margaret e Francesca (perché alla fine del percorso della mostra viene naturale pensare a loro con intimità) erano probabilmente alla ricerca, parafrasando Virginia Woolfe, di “una stanza tutta per sé”. E nelle loro brevi, intense carriere hanno esercitato con grande consapevolezza quel sottile, elegante gioco di seduzione che sfida l’osservatore a perdersi nelle loro immagini, inventando mille storie possibili. Come scrisse Francesca Woodman: “Non potrete mai vedere da dove guardo me stessa“.

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