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Fotografa e mangia!

di Jasmina Trifoni

Al ristorante, ammetto di provare un certo fastidio quando qualcuno dei commensali fotografa il suo piatto. E, peggio ancora, quando chiede di fotografare il mio, prima che ne rovini, per così dire, la composizione con una forchettata. Lo so, faccio parte di una minoranza. Secondo un sondaggio internazionale, a fotografare ciò che si appresta a mangiare, si tratti di un piatto preparato da uno chef stellato, dalla nonna o da loro stessi, della colazione, una pizza o un gelato, è il 69% delle persone. E la maggioranza lo condivide su Instagram e sulle altre piattaforme social, tanto che l’hashtag #food è nella top tre dei più usati nel web. Per non dire di quello (sempre per me) più irritante, #foodporn, termine coniato già nel lontano 1984 dall’autrice femminista statunitense Rosalind Coward, e a sua volta mutuato dal simile gastroporn, introdotto per la prima volta da un suo connazionale, il giornalista Alexander Cockburn, che in un articolo nel 1977 sulla New York Review of Books lo usò per descrivere quelle coloratissime immagini fotografiche a corredo delle ricette nei libri e nelle riviste di cucina che avevano il potere quasi erotico di rendere eccitante l’atto di preparare e presentare un piatto.


Si potrebbero spendere infinite parole per raccontare, anche soltanto dal punto di vista visivo, l’equazione di forza einsteiniana tra cibo e sesso. Così come riassumere gli innumerevoli trattati di psicologia, anche sociale, che oggi definiscono quella di fotografare il cibo e condividerlo sui social addirittura come un disturbo ossessivo-compulsivo, come raccontato, in modo geniale e con grande ironia, e già dieci anni fa, dal popolarissimo spot pubblicitario dell’Ikea. Dal titolo “Let’s Relax”, prendeva in giro un gruppo di persone che, all’arrivo dei piatti ristorante, bloccava la conversazione per sistemare le posate, aggiustare le luci e fare foto perfette da postare sui social, dimenticandosi di godersi il pasto e la compagnia. Oppure elencare i libri e i tutorial on line che insegnano a realizzare scatti accattivanti rivolti agli aspiranti food-influencer. O, ancora, dilungarsi sul business della food-photography, soprattutto sul web, dove le foto fatte dagli utenti (o, sarebbe meglio dire, dai clienti) diventano virali e sono in grado di fare la fortuna di ristoranti, fast-food, gelaterie e via dicendo. Ma se oggi tutti, aiutandosi con filtri e anche con l’AI, sono – o credono di essere – perfetti food-photographer, mi sembra qui più opportuno raccontare che quello di fotografare il cibo sia un mestiere serio, dove non ci si improvvisa, tracciandone la storia dagli albori della fotografia a oggi.


La prima immagine di cibo mai scattata è del 1845, appena sei anni dopo la nascita del medium della fotografia, e ritrae due cesti con pesche e un ananas. Come appare evidente l’autore, l’inglese William Henry Fox Talbot, ne aveva mutuato la composizione dalle nature morte pittoriche. E per molti anni a venire la fotografia del cibo ebbe essenzialmente finalità artistiche, nella quale gli alimenti erano innanzitutto mostrati come simboli di concetti quali l’abbondanza o la fertilità. Il passaggio dal mondo etereo dell’arte (dove peraltro continua, sebbene in modo diverso, ad avere un ruolo) alla vita reale è avvenuto molto più tardi, e precisamente a metà degli anni Quaranta del secolo scorso, con i primi passi della fotografia a colori. La palma del primo food-photographer commerciale, nonché ottimo fotografo tout-court, va allo statunitense di origine ungherese Nickolas Murray, ingaggiato dalla popolare rivista per casalinghe McCall’s per corredare di immagini gli articoli di ricette. Murray è passato alla storia per i suoi scatti elaboratissimi e coloratissimi (e soprattutto super-golosi) che realizzava dopo aver composto i soggetti in modo certosino e con inventivi accorgimenti tecnici: li spruzzava, tra l’altro, di lacca per capelli o li colorava col pennello, rendendoli desiderabili e decisamente non commestibili.

Nickolas Muray, Lemonade and Fruit Salad, McCall’s magazine, ca. 1943; from Feast for the Eyes (Aperture, 2017)


Se tutte le tappe della storia della food photography sono state mostrate in dettaglio dallo straordinario volume Feast for the Eyes (ed. Aperture, 2017) di Susan Bright, scrittrice ed ex curatrice della sezione fotografia della National Portrait Gallery di Londra – il libro dovrebbe avere un posto d’onore nella biblioteca di ogni food-photographer – qui merita ricordare un’altra pietra miliare, vale a dire l’avvento, nei primi anni Novanta, di un nuovo filone. Quello in cui il campo si è allargato a fotografare gli chef, le loro cucine e il cibo, prima e dopo la preparazione. Un esempio cardine di questa nuova era è White Heat: ibrido tra l’art book e un libro di ricette, racconta lo chef inglese Marco Pierre White con le fotografie in bianco e nero, per buona parte unposed e con gli stilemi della street-photography, di Bob Carlos Clarke, fino ad allora noto come fotografo di nudo e di reportage.

E se quel libro ha creato la figura, inossidabile anche oggi, dello chef-superstar, un altra’opera monumentale del 2011, Modernist Cuisine (cinque volumi suddivisi in History and Fundamentals, Techniques and Equipment, Animal and Plants, Ingredients and Preparations e Plated-Dish Recipes, per un totale di 2.438 pagine e 3700 immagini letteralmente esplosive) ha svelato la scienza della cucina. Il suo ideatore, l’americano Nathan Myhrvold, ha creato un laboratorio che non sfigurerebbe alla NASA e ha riunito un team di scienziati, chef, fotografi e autori per realizzare un capolavoro assoluto, mostrandoci il cibo come nessuno l’aveva mai visto prima. Non a caso, e a grande richiesta, a quest’opera ne è seguita un’ altra, The Photography of Modernist Cuisine, in cui (a chi è in grado di comprenderli) ha svelato gli strumenti e le tecnologie usate per la realizzazione di immagini così eccezionali.


Oggi tutto ciò che ha a che fare col cibo va alla grande, basti pensare ai centri storici delle nostre città trasformati in scenografie per mangiatoie a uso e consumo dei turisti, alla proliferazione di libri di cucina e, come si è già detto prima, al #foodporn sul web. Ci sono, va detto, parecchi food-photographer che grazie ai social hanno ottenuto (e meritato) un grande successo, molti dei quali riuniti in Foodelia, una piattaforma fondata che funge da vetrina e da community globale per i migliori food-photographer e organizza ogni anno un concorso dedicato ai professionisti dello still life del cibo. Tuttavia, il futuro della food-photography è già qui ed è quello in cui le inquadrature si espandono molto oltre il piatto fino a entrare nel paesaggio e nella cultura, affrontando temi che hanno sì protagonista il nostro cibo ma lo mettono in relazione alla politica, al lavoro, al cambiamento climatico. Non è un caso che il World Food Photography Awards, il più prestigioso concorso fotografico dedicato al cibo del mondo, oggi premi immagini molto lontane da quelle che siamo abituati a vedere sui social. Tra le foto vincitrici di quest’anno ci sono quella della britannica Jo Kearney che ritrae un’anziana nella mensa di un sanatorio post-sovietico in Tagikistan e quella, dal titolo Bomb Spoons, scattata da Mick Shippen a un mucchio di cucchiaini realizzati in Laos col metallo delle bombe sganciate sul paese durante la guerra del Vietnam. Così come non è un caso che Yeast, il festival internazionale
dedicato alla food-photography in programma fino all’8 novembre a Galatina, in Puglia, la regione che è uno dei principali poli agricoli e gastronomici d’Italia, i reportage in mostra abbiano come tema il cibo, o meglio, la sua carenza, usata come strumento di guerra a Gaza (ne è autore il fotografo e Premio Pulitzer Saher Alghorra) e il racconto della vita delle donne pescatrici nel Golfo Persico, dell’iraniana Forough Alaei.
Lasciate da parte, dunque, il #foodporn. È imperativo entrare nell’era dell’ #ethicfood.

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