di Stefania Quintajè
Per una volta l’ho avuta a portata di mano, e raccontarla è stato un piccolo lusso.
Di solito la rubrica Frames di Federico Serrani è affidata a firme capaci, autori che ci accompagnano ormai da anni. Oggi, però, questo piccolo take-over era quasi dovuto: mi avrebbero rimproverata a ragione, se mi fossi lasciata scappare l’occasione di mettermi di buona lena a raccontare qualcosa che stava accadendo letteralmente fuori dal mio portone. Abbiate pazienza, dunque. Perdonate lo strappo: questa volta tocca a me raccontare.
Abito a Vevey da molti anni, e confesso che scrivere di questa città ha un sapore tutto suo: per una volta l’oggetto del desiderio non si trova dall’altra parte del mondo, ma a pochi passi dal portone — la stessa casa da cui, tra un caffè e un lavoro a tempo pieno come Legal Counsel, mando avanti Federico Serrani. Vevey se ne sta adagiata sulle rive del Lago Lemano, tra Losanna e Montreux, appoggiata alle colline del Lavaux; e ogni due anni si trasforma da tranquilla cittadina di provincia in una delle capitali europee della fotografia. Poter raccontare qualcosa nato proprio qui, invece di rincorrerlo tra aeroporti e fusi orari, è stata un’esperienza davvero corroborante.
Che Vevey e la fotografia vadano a braccetto è una storia lunga, e un po’ ci siamo capitati per caso in mezzo. In pieno centro, sulla Grande Place, il Musée suisse de l’appareil photographique ripercorre secoli di apparecchi e di sguardi; le scuole di fotografia della città formano autori da generazioni; e la fondazione che organizza la biennale gestisce anche uno dei più antichi premi fotografici d’Europa. Chiamarla “città delle immagini” è quasi riduttivo.
Dal 5 al 27 settembre torna dunque Images Vevey, giunta alla sua decima edizione — un compleanno tondo, festeggiato con il tema We are family!, la famiglia in ogni sua declinazione. La formula resta quella che l’ha resa celebre: la fotografia esce dai musei e si spande per la città, tra facciate, piazze, giardini e rive del lago. Una cinquantina di progetti, tutti gratuiti, pensati su misura per il luogo che li ospita, così che ogni immagine dialoghi con il proprio contesto invece di limitarsi a decorarlo.
Basta uscire dalla stazione per imbattersi nel primo incontro. Nei giardini antistanti fanno bella mostra le fotografie di Siân Davey, tratte dal progetto The Garden. La storia dietro queste immagini è tenerissima: Davey ha trasformato insieme al figlio Luke il proprio giardino, abbandonato da anni, in un rigoglioso tappeto di fiori selvatici, e in quel piccolo eden ha invitato chiunque passasse dall’altra parte del muretto — vicini, sconosciuti, innamorati, persone sole, anime ferite — per farne il ritratto. Tra le centinaia di volti spunta anche quello di Martin Parr, il grande fotografo britannico scomparso lo scorso dicembre, al quale a Vevey è dedicata una gigantografia che campeggia su un intero edificio. Un omaggio che il caso ha reso ancora più commovente, se si pensa che l’opera di Davey è custodita proprio dalla fondazione che porta il nome di Parr.

Il lungolago di Vevey è tra i più belli e vivaci della regione, e passeggiandovi si arriva all’Alimentarium, il museo dell’alimentazione voluto da Nestlé — la multinazionale nata proprio qui, quando nel 1867 il farmacista Henri Nestlé mise a punto la sua “farina lattea” per neonati, salvando la vita a un bimbo prematuro e cambiando per sempre le sorti dell’azienda e della città. Davanti al museo, là dove nel lago svetta la celebre forchetta gigante, è stato collocato il lavoro squisitamente “alimentare” di Tokuko Ushioda: per la sua serie Ice Box la fotografa giapponese ha sbirciato dentro i frigoriferi di casa propria, dei parenti e degli amici, ritraendoli aperti e chiusi come piccoli, involontari ritratti di chi li possiede. C’è chi si schermiva, racconta lei stessa, come se mostrare il frigo equivalesse a mettere in piazza il proprio stomaco.

Vevey è anche la città della Fête des Vignerons, la colossale festa che ogni vent’anni circa celebra il prodotto principe di queste terre: quel vino che nasce sulle dolci colline terrazzate della Lavaux, digradanti sul lago e da tempo patrimonio dell’umanità UNESCO. La confraternita che la organizza possiede un proprio museo, e proprio lì trovano casa due lavori di Rineke Dijkstra. Il primo, Marianna (The Fairy Doll), segue una bambina mentre prepara l’audizione per la prestigiosa Accademia Vaganova di San Pietroburgo: una piccola fata sospesa tra la grazia assoluta e la voce incessante della maestra fuori campo. Il secondo, Almerisa, è un romanzo per immagini durato quattordici anni: una bimba bosniaca rifugiata a Leiden, che Dijkstra ha ritratto ogni due anni dall’infanzia alla maturità. La cosa più bella è che fu Almerisa a scegliere lei — da piccola, vedendo la fotografa all’opera con altre ragazzine, scoppiò a piangere perché voleva esserci anche lei. Da quel pianto è nato un legame tra modella e artista durato tutta una vita, fino al ritratto conclusivo, con Almerisa ormai adulta e il suo primo figlio in braccio.

Allo skatepark affacciato sul lago prende vita invece la serie Imilla di Luisa Dörr. Imilla significa “ragazza” nelle lingue aymara e quechua, e le protagoniste sono un gruppo di skater boliviane che sfrecciano indossando la pollera, la gonna tradizionale delle donne indigene, sopra un paio di sneakers: una rivendicazione di identità e insieme una famiglia scelta, tenuta assieme dalla sorellanza ancor più che dal sangue. Piccola curiosità sull’autrice: la brasiliana Dörr è celebre per realizzare molti dei suoi ritratti con un semplice iPhone.

Dentro il Château de l’Aile, sulla piazza centrale, ci accolgono infine gli incredibili collage di Vik Muniz. L’artista brasiliano raccoglie album di famiglia anonimi — comprati letteralmente a peso nei mercatini — li ritaglia e li ricompone in nuove immagini profonde, dove migliaia di ricordi altrui vanno a formare un unico volto, un’unica memoria. Chi conosce Muniz sa che ha già costruito ritratti con cioccolato, zucchero, diamanti e persino spazzatura: da quest’ultima nacque Waste Land, il documentario candidato all’Oscar sui raccoglitori di rifiuti di Rio.

Ed è proprio la famiglia, in ogni sua forma, il filo che tiene insieme questa edizione: dagli album di sconosciuti che Muniz trasforma in memoria nuova, alle comunità che scegliamo come parentela, fino alle ragioni stesse per cui fotografiamo. Ce lo ricorda Sunil Gupta, che alla Salle del Castillo presenta Lovers, Revisited, la ripresa di un tema a lui carissimo. Negli anni Ottanta, con la serie Lovers: Ten Years On iniziata nel 1984, Gupta ritraeva coppie gay nelle loro case londinesi, in un’epoca in cui quelle immagini vennero accolte con imbarazzo e poi accantonate; oggi torna sullo stesso terreno insieme al marito Charan Singh, fotografando coppie e partner queer di tutto il mondo — e ritraendo di nuovo perfino uno dei protagonisti di allora. Dai diritti negati di quarant’anni fa alla famiglia che oggi esiste e reclama il proprio spazio, alla luce del sole.

Qualunque sia la vostra meta, insomma, Vevey offre tutto ciò che un appassionato di fotografia potrebbe desiderare: la calma, la curiosità, la bellezza e quella pace un po’ rara che invita a fermarsi. Mille modi per passare il tempo contemplando i propri autori preferiti e scoprendone di nuovi, con il lago sullo sfondo. Dal 5 al 27 settembre, oltre quaranta artisti pronti a farvi sognare. Se passate da qui, fatemi sapere. Faccio un buonissimo caffè.


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