Frames Blog Federico Serrani

La verità, vi prego, sull’amore

20 Gennaio 2024

di Jasmina Trifoni

 

Il titolo di questo post è rubato da una raccolta di poesie scritte negli anni Trenta del XX secolo dall’immenso poeta irlandese W.H. Auden. Sono appena dieci e ciascuna differisce dall’altra in modo che non si può che definire sconvolgente. Ai due estremi ci sono l’esaltazione e la più cupa desolazione, ce n’è una quasi fastidiosamente gioiosa e un’altra, al titolo Blues in memoria, resa famosa anche al pubblico di non lettori per essere stata recitata nell’indimenticabile film Quattro matrimoni e un funerale. Ne ricorderete certamente questi versi:

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Tutte insieme, sono rivelatrici dell’essenza (e pure della caducità) del più ineffabile dei sentimenti. A proposito di questa raccolta, un altro grandissimo poeta, il premio Nobel russo Josif Brodskij, scrisse. “Queste poesie hanno per tema l’amore e la disonestà, i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare (…), pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme”.
Perdonatemi se mi sono dilungata su un’arte, anche questa evanescente, come la poesia per introdurre l’argomento di questo post, la fotografia dell’intimità. Se negli ultimi tempi, e attraverso i social media, schiere di fotografi amatoriali impongono la loro (spesso falsamente abbellita o, almeno, edulcorata) vita privata, i professionisti, forse troppo compresi nel loro ruolo di documentare l’“altro”, appaiono meno inclini a polverizzare la distanza con i loro soggetti, mostrando i chiaroscuri delle loro esperienze intime per rappresentare il proprio contesto amoroso o familiare e confrontarsi con le proprie emozioni più profonde. Insomma, mettendosi a nudo usando – per dirla con Henri Cartier Bresson – l’obiettivo come se fosse il divano dello psicoanalista.

Se il primo grande fotografo a fare di sé stesso e della sua famiglia il soggetto principe del suo lavoro fu il francese Jacques Henri Lartigue (1894-1986), spesso ricordato come il maestro della felicità, e, successivamente, alcuni grandi nomi hanno esposto la propria intimità, rendendola, per così dire, un marchio di fabbrica – Nan Goldin, Francesca Woodman, Alessandra Sanguinetti, per citarne alcuni, e sono donne, spesso più libere verso l’introspezione – nell’ultimo anno sono stati dati alle stampe alcuni straordinari libri fotografici che esplorano i sentimenti intimi in una pletora di declinazioni.

Lartigue – My family in bed

È uscito nell’autunno 2023 Love Songs: Photography and Intimacy (Maison Europeénne de la Photographie, Parigi, e International Center of Photography, New York) che riunisce il lavoro di 16 artisti dagli anni Cinquanta del Novecento a oggi e si interroga sul ruolo della fotografia nella rappresentazione e nella comprensione dell’amore, così come della vicinanza fisica, della sessualità e, dunque, dell’intimità. Vi compaiono, tra gli altri, il capolavoro della già citata Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency (dal 1983), un’intima rappresentazione della scena underground di New York nell’era pre Aids, e le sue magnifiche serie Sentimental Journey (1969) e Winter Journey (1989-1990) nelle quali il maestro giapponese Nobuyoshi Araki ha documentato la storia d’amore con la moglie Yoko dalla loro luna di miele fino alla morte della donna per un tumore.

Araki – Sentimental journey

Yoko vi compare sempre, mentre cucina, mentre viaggia in treno con un’espressione assorta, durante un orgasmo e poi in ospedale e persino composta nella bara. Ed è interessante anche il lavoro del più giovane fotografo americano Leigh Ledare (classe 1976) che ha messo la rappresentazione delle relazioni sociali, del desiderio e dei tabù al centro della sua ricerca artistica. Nella sua serie Double Blind (2010) ha ritratto la sua ex moglie nell’interno di una casa isolata nello Stato di New York per poi convincere il nuovo compagno della donna, Adam Fedderly e anche lui un fotografo, a fare altrettanto e infine combinando gli scatti di entrambi dando all’osservatore alcuni indizi per scoprire a quale dei due appartenessero gli scatti.

Più morbido e confortante è un altro libro collettivo di recentissima pubblicazione, Love Story: New Photography on Love and Intimacy (Hoxton Mini Press) che raccoglie i progetti di 25 fotografi internazionali chiamati a interrogarsi su che cosa significhi amare, e di quale sia la percezione dell’amore, nel XXI secolo. Il risultato è un’antologia che mostra in modo mirabile e spesso inaspettato le relazioni profonde tra partner di ogni orientamento sessuale, amici, familiari e comunità. Tra i lavori più interessanti spiccano Modern Love di Curtis Hughes, con una serie di ritratti di coppie che hanno costruito la loro relazione dopo essersi incontrate sui social media, Mother and Father, un commovente tributo di Paddy Summerfield all’amore dei suoi genitori, e Touching Strangers di Richard Renaldi che ha declinato l’amore nell’intera famiglia umana, rappresentando il sentimento della solidarietà.

L’ultimo libro di questa selezione è invece un assolo, spesso incluso dai critici tra i migliori libri di fotografia del 2023. Il titolo è Another Love Story (Mörel) e l’autrice è la giovane franco-dominicana Karla Hiraldo Voleau (1992). L’idea iniziale dell’artista, quella di documentare l’amore con il suo compagno, aveva preso una piega diversa quando aveva scoperto che lui aveva un’altra relazione. E, dunque, è ripartita dall’assunto che, se la realtà è una bugia, probabilmente la finzione ne è la cura.

K H Voleau – Another love story

Si è riappropriata così della sua storia e l’ha raccontata con il senno del poi, mettendo in luce i meccanismi della coppia e i segnali che avrebbe potuto o dovuto cogliere. Nelle fotografie, ciascun abito, luogo e composizione scenica sono stati costruiti con meticolosità da entomologa e, in più il libro racchiude anche una serie di annotazioni scritte di getto. Il tutto riesce ad annientare, o perlomeno ad annebbiare, il confine tra realtà e fiction, così come quello tra la sua storia personale e l’esperienza collettiva.

Perché, forse, non era poi così vero quello che scrisse Lëv Tolstoj nell’incipit del romanzo Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

 

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