Frames Blog Federico Serrani

Sister Corita, la suora della pop art

17 Dicembre 2023

di Jasmina Trifoni

 

Molti dei presenti all’opening, quel 9 luglio 1962, di 32 Campbell’s Soup Cans, la prima mostra personale di Andy Warhol alla Ferus Gallery di Los Angeles, dovevano aver pensato che la presenza di una suora che si aggirava in stato di estasi tra il pubblico fosse una trovata dell’artista. E invece no. Quella suora ci era andata di sua spontanea volontà, e le 32 tele che riproducevano una lattina di zuppa di pomodoro erano state per lei – ed è proprio il caso di dirlo – una rivelazione.
«Tornando a casa, vedevo tutto come Andy Warhol», avrebbe poi raccontato, ricordando il preciso momento in cui lei, Sister Mary Corita Kent, aveva smesso di essere soltanto un’insegnante d’arte per diventare una vera artista, che sarebbe stata ricordata come “la suora della Pop Art”, seppure non altrettanto famosa rispetto allo stesso Warhol e a Roy Lichtenstein. Per il semplice motivo che era una donna, con l’aggravante di essere pure una suora, tra le categorie femminili meno cool che si possano immaginare.

Per raccontarla dal principio, Frances Elizabeth Kent era nata il 20 novembre 1918 nello Stato dello Iowa da una famiglia numerosa e di fervente fede cattolica. A 18 anni aveva deciso di entrare da novizia nel convento dell’Immacolato Cuore di Maria, a Los Angeles, probabilmente perché, per una ragazza di umili origini come lei, quella era l’unica possibilità per continuare gli studi. Presi i voti, e diventata Sister Mary Corita, si era laureata in storia dell’arte ed era diventata insegnante, nella scuola del convento, imparando anche da autodidatta la tecnica della serigrafia che sarebbe poi stata dominante nella sua pratica artistica. Se nei primi anni della sua carriera si dedicò a produrre lavori essenzialmente figurativi, e a soggetto religioso, in seguito alla rivelazione-Warhol scoprì che poteva trovare ispirazione dalla strada, dagli scaffali dei supermercati, dai cartelloni pubblicitari. La sua aula divenne una sorta di Factory, nella quale teneva lezioni davvero extra-ordinarie, non a caso spesso frequentate da personaggi come Charles & Ray Eames, Alfred Hitchcock e John Cage. Capitava che facesse sedere i suoi studenti in circolo, a osservare – per un’ora intera – una bottiglia di Coca-Cola, o che li portasse in giro per Los Angeles perché, sosteneva, “ogni singolo incrocio della città regala materiale grezzo per almeno 16 ore di osservazione”. Oppure,
distribuiva ai ragazzi le cornici di plastica per le diapositive e li invitava a individuare dettagli nel paesaggio urbano in modo da “guardare la vita senza essere distratti dall’insieme”.

 

 

Di pari passo, il lavoro e gli insegnamenti di Sister Corita presero a inserire la sua fede in un contesto culturale, sociale e politico più ampio. L’estetica della pubblicità e, in generale, della cultura di massa, divenne per lei uno strumento per prendere posizioni forti su temi come la lotta per i diritti civili, il razzismo, la povertà e, poi, il no alla guerra del Vietnam. La sua fama, così come quella della sua scuola d’arte, crebbe in modo esponenziale: nel 1963 il Vaticano le commissionò un gigantesco banner per il suo padiglione alla New York World Fair, nel 1967 la rivista Harper’s Bazaar la annoverò tra le cento donne più influenti d’America, mentre pochi mesi più tardi Newsweek le dedicò addirittura la copertina, con il titolo: “The Nun: Going Modern”, provocando l’ira funesta dell’arcivescovo di Los Angeles James McIntyre e di tutto l’establishment ultraconservatore della Chiesa californiana, in aperto contrasto con le allora nuove aperture favorite da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II. Per l’arcivescovo, Suor Corita era blasfema: non sopportava che citasse la Bibbia inframmezzandola con versi delle canzoni dei Beatles e slogan pubblicitari e considerava alla stregua di un sabba persino le feste campestri che la suora organizzava in onore della Vergine Maria. Tant’è, nel 1968 Sister Mary Corita sciolse i voti, si trasferì a Boston e proseguì la
sua carriera di artista e attivista con il nome di Corita Kent, ricevendo anche una serie di importanti incarichi pubblici. Tra i molti, quello, nel 1983, per una campagna promossa dai Physicians for Social Responsibility, che tappezzò le città americane con enormi cartelli con la scritta “We Can Create a Life Without War” (Corita avrebbe definito quell’operazione come “il lavoro più religioso che abbia mai fatto), e quello, nel 1985, di disegnare un francobollo per la US Mail. Aveva la scritta “Love is a Hard Work” e Corita si infuriò quando venne a sapere che il luogo prescelto per presentarlo al pubblico e alla stampa sarebbe stato il set della serie televisiva Love Boat. “Non intendevo quel tipo di amore”, affermò indignata.

Malata di cancro, Corita morì il 19 settembre 1986 lasciando un patrimonio di 800 edizioni di serigrafie e migliaia di
acquarelli. E, trasformatosi in un’istituzione laica, il Convento dell’Immacolato Cuore di Maria, a Los Angeles, alla fine degli anni Novanta è diventato il Corita Art Center che si occupa di preservarne l’eredità di artista e attivista nonché di svelare sempre nuove sfaccettature di questa donna eccezionale. È di due mesi fa l’uscita del libro Ordinary Things Will Be Signs For Us (ed. J&L Books and Magic Hour Press) che, per la prima volta, svela lo straordinario talento della Corita fotografa mostrando una selezione delle decine di migliaia di diapositive che aveva scattato nel corso della sua vita. Da lei stessa archiviate in categorie a volte comprensibili soltanto a lei – come “Idee per problemi”, “Persone che fanno”, “Pomodori”, “Digressioni” e così via – attraversano una moltitudine di generi. E, si tratti di immagini corali, street photography o dettagli (di piedi, fiori o torte, soltanto per fare qualche esempio), svelano uno sguardo di eccezionale originalità. Corita non le considerava arte, piuttosto come strumenti per creare arte: le chiamava sources (fonti), e diceva: “Tutto può essere una fonte, anche un errore. E messe insieme, tante fonti rubate possono condurre a una nuova idea”.

Il lavoro di Corita Kent è rappresentato dalla Andrew Kreps Gallery (New York) e dalla Kaufmann Repetto Gallery (Milano e
New York).

 

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